Mio fratello è figlio unico Gennaio 23, 2008
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Mio fratello è figlio unico
Daniele Luchetti
Italia, 2007
Tratto dal romanzo “Il fasciocomunista. Vita scriteriata di Accio Benassi” di Antonio Pennacchi, il film ripercorre quindici anni di una famiglia italiana, partendo dal 1961, quella dei coniugi Benassi: padre operaio, madre un po’ credulona e tre figli – due maschi e una femmina (Accio, Manrico e Violetta).
Saranno i figli ad essere al centro degli avvenimenti più importanti del periodo, con la lotta studentesca e quella operaia, i primi scioperi, le occupazioni, le manifestazioni pro e contro fascismo e comunismo.
Potrebbe così sembrare un film molto vicino a “La meglio gioventù”, dove è la storia ad entrare nelle vite dei protagonisti, ma è letteralmente il contrario.
In primo piano qui ci viene raccontata la vita di un gruppo di persone, nella quale la storia e la politica subentrano solo perché sono proprio i personaggi a deciderlo; sono loro, come Accio (Elio Germano), a muoversi da una parte all’altra della “barricata”, sia di destra o sinistra, che decidono di partecipare a una manifestazione oppure no.
Gli avvenimenti degli anni ’60-’70 ci vengono così raccontati esclusivamente attraverso lo sguardo dei personaggi; ne risulta quindi un film più vicino al genere di formazione, che a quello politico-sociale, dato che è Accio che ci racconta la sua vita e quella degli altri mettendo in primo piano soprattutto il suo punto di vista e la sua crescita.
E’ una storia semplice, delicata, sul rapporto tra genitori e figli, e tra fratelli. Non a caso il titolo richiama le difficoltà di rapportarsi tra fratelli e in particolare tra Manrico (Riccardo Scamarcio) e Accio, divisi fino nella fede politica e come lo possono essere un fratello minore che osserva il maggiore.
Con tono disincantato, a volte comico e un po’ “caciarone”, altre volte drammatico si arriva a un finale malinconico, commovente, su cui grava il colpo di scena della penultima sequenza.
E’ però un finale aperto, simile a quello de “I quattrocento colpi” di Truffaut, ma con la certezza che oltre il mare c’è una nuova fase della propria vita e non un solo unico ostacolo formato dalle onde che si ripetono.
Ottima interpretazione dell’intero cast, spicca il giovane Elio Germano preferibile per certi versi a Riccardo Scamarcio, che per l’occasione è rientrato nei panni dell’attore “per passione” abbandonando quelli dell’attore “per cache” di “Ho voglia di te” (mamma mia, non fatemelo ricordare…).
Particolare la colonna sonora in cui vi si trovano brani dell’epoca riarrangiati però appositamente; da ascoltare la nuova versione di “Ma che freddo fa” di Nada che chiude i titoli di coda al cui arrivo è scattato pure l’applauso, per la canzone, per il film, per tutto.
Questi sono film!!!
Espiazione Gennaio 12, 2008
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Espiazione (Atonement)
Joe Wright
Regno Unito, 2007
Ecco cosa succede quando un libro bellissimo viene trasposto sul grande schermo da chi l’opera originale l’ha letta davvero sul serio: ne esce un’opera altrettanto eccellente.
Perché, come già era successo per la sua precedente pellicola tratta da “Orgoglio e pregiudizio” della Austen, Wright sa cosa deve raccontare e soprattutto sa come farlo senza martoriare il romanzo da cui proviene la storia.
Non era facile mettere insieme tutti quei passaggi di punti di vista sui quali l’intero romanzo è basato e sui quali fa leva il concetto di “interpretazione personale”, cioè come un singolo fatto possa essere visto e poi interpretato da più persone che si trovano in uno stesso luogo e nello stesso identico momento, facendo scattare la scintilla del fraintendimento e della suggestione.
Wright ci è riuscito con un paio di stratagemmi davvero azzeccati e fantasiosi, che non stonano affatto con il racconto originale, ma anzi, riescono a trattenere il film il più possibile all’interno dei contorni del romanzo omonimo di Ian McEwan senza cambiarlo di una virgola.
I dialoghi sono esattamente gli stessi, l’atmosfera opprimente della casa in cui si svolge tutta la prima parte del romanzo è quanto mai fedele al testo, i personaggi sono come te li sei sognati mentre scorrevi con gli occhi le pagine del libro e la parte centrale del racconto, in cui seguiamo Robbie cercare invano di tornare in Inghilterra da soldato bloccato sulle coste francesi, è magistralmente riassunta in un piano sequenza decisamente complicato e lungo che esplora e mostra i punti salienti dell’esperienza militare del ragazzo – fra orrore e desolazione umana – riuscendo a far provare allo spettatore le stesse identiche emozioni provate nel leggere quei brani che addirittura ripercorrevano svariate settimane di marcia.
La parte conclusiva del romanzo e del film vanno ancora di pari passo, mostrando la Briony anziana che cerca di rimediare al torto inflitto alla sorella e a Robbie.
Resta ancora la sensazione di una bellissima storia d’amore, ostacolata e tormentata che nessuno riuscirà a riportare indietro, a far rivivere, nemmeno come rimedio per espiare le proprie colpe.
Chiedi alla polvere Gennaio 3, 2008
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Chiedi alla polvere (Ask the dust)
Robert Towne
Usa, 2006
Vedere un film tratto da un romanzo che tanto ci è piaciuto è sempre un’incognita, e in questo caso mi sono trovata di fronte allo scempio del libro originale.
Andando con ordine, ci si accorge subito che il personaggio di Arturo Bandini trasposto in pellicola perde tutto ciò che di attrattivo e particolare aveva nel romanzo: il suo modo di essere così contraddittorio, indeciso e allo stesso tempo testardo, sarcastico e pungente – un comportamento che quindi ha bisogno di un grande approfondimento psicologico – nel film si riduce a qualche sporadico episodio che mostra Arturo come un uomo letteralmente sfigato, ingenuo, campagnolo, che fa battute ridicole e stupide (ecco dove sono andati a finire il sarcasmo e l’ironia acuta…!), ma che a metà pellicola fa sfoggio della sua verve di latin lover portandosi a letto Camilla. Particolare quanto mai inventato dato che l’insoddisfazione di Arturo si traduce nella sua incapacità di avere rapporti con le donne…
Nella restante ora e mezza di film si assiste all’inserimento di scene inventate e all’eliminazione di altre (originali) che avrebbero però potuto migliorare un tantino la bruttezza della sceneggiatura altamente rimaneggiata e rimanere aggrappati quanto basta al vero significato del romanzo.
Camilla Lopez può sembrare più vicina alla Camilla di John Fante, sfrontata tra i tavolini della locanda in cui lavora come cameriera, arrogante anche al di fuori, ma poi in quell’ora e mezza già citata il suo ruolo si ribalta completamente mostrando una donna che quasi-quasi si innamora seriamente di Arturo e che diventa oggetto di una sequenza lunghissima e inventatissima in cui addirittura cerca di omologarsi ai cittadini statunitensi studiando per ottenere la cittadinanza americana.
Una donna come Camilla che vuole davvero far parte della nuova America?!? No. Affatto.
Camilla sa già in partenza che non potrà mai lasciare i bassifondi di Los Angeles, sposarsi con un vero americano e morire ricca e felice. Nel libro scappa, da sola, contando solo sulle sue forze – così come ci è presentata nelle prime pagine del libro – e sparisce dalla vita di Arturo che non la rivedrà mai più.
Altro che Camilla che spira di tisi tra le braccia di Bandini e lui che la seppellisce nel deserto dietro casa…
Chi ha amato il romanzo non sarà riuscito come me ad apprezzare minimamente il film; chi invece il libro non l’ha letto si sarà trovato di fronte a una scontatissima e struggente storia d’amore, dalla recitazione zoppicante e da scene di sesso focose.
Non mi stupirei se poi la seconda tipologia di spettatore decidesse un giorno di avvicinarsi al “Chiedi alla polvere” di John Fante e non lo finirebbe neanche di leggere: non si riconosce minimamente quello che ha scritto Fante in quello che ha diretto Towne al cinema.
Perché un libro così non ha bisogno di una trasposizione cinematografica. Non ne ha bisogno perché è impossibile da trasferire in quel formato. E’ già perfetto così, con le sue incertezze, il finale lasciato a metà, la sofferenza che prevale sulla felicità e i personaggi persi in un limbo indefinibile.
Il cinema, in questo caso, non riesce proprio a rendere giustizia allo stile di Fante – che va letto, mica “visto” in carne e ossa.
Benvenuti Gennaio 2, 2008
Posted by Zeruhur in avvisi.1 comment so far