Follia Febbraio 19, 2008
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Follia (Asylum)
David Mackenzie
Gran Bretagna, 2005
Tratto dall’omonimo romanzo di Patrick McGrath (che non ho letto… ooops!) il film, arrivato sugli schermi italiani con due anni di ritardo, ripercorre la discesa nella pazzia di una madre di famiglia, moglie di un medico psichiatra, nella rispettabile media borghesia inglese degli anni ‘50.
Innamoratasi di uno dei degenti dell’ospedale diretto dal consorte, la donna finirà per essere risucchiata nelle fobie e fissazioni dell’amante fino a un tragico epilogo.
Il tutto raccontato in 93 minuti improvvisati sicuramente su un testo originale complesso e troppo articolato da riassumere in poche scene cinematografiche; i personaggi risultano abbozzati, gli attori vagano davanti alla macchina da presa in uno stato catatonico e per nulla convincente, la recitazione è assolutamente svogliata, il nodo centrale di tutta la pellicola (la follia) viene solo analizzato tramite sequenze esplicative di azioni fini a sé stesse e quando c’è bisogno di un’analisi più “parlata” dei cambiamenti della protagonista e dell’uomo, questo non avviene – ci si aspetta che le patologie dell’amante della donna siano elencate con più dettagli, ma avvenendo il contrario non si riescono a capire nemmeno quelle della protagonista che lui condiziona costantemente con le sue fisime: perché lei si innamora di uno psicopatico? perché si lascia irretire da un uomo chiaramente malato? forse perché è insoddisfatta? o perché anche lei, costretta in una vita impeccabile, ha sempre nascosto la sua follia latente, fino a uno scoppio improvviso?
Non l’ho capito, e non viene spiegato. E sicuramente è perché il film è tratto da un’opera letteraria e non frutto di una sceneggiatura originale e pensata solo per il grande schermo.
In conclusione, la noia impazza.
Il matrimonio di Tuya Febbraio 4, 2008
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Il matrimonio di Tuya (Tuya de hun shi)
Quanan Wang
Cina, 2006
Tuya vive con i figli e il marito semiparalitico nella landa desolata della Mongolia rurale.
Sola e senza aiuti famigliari, manda avanti gli impegni quotidiani sobbarcandosi anche il lavoro col bestiame, dato che il marito è impossibilitato a farlo.
Forte e caparbia è lei a portare i pantaloni in casa, pur abitando in un paese come la Cina dove le donne ancora oggi sono alquanto denigrate dal sociale.
Accortasi però che non potrà andare avanti così ancora per molto, prende una dolorosa decisione che ribalterà completamente la sua vita e quella della famiglia: divorzierà dal marito, per potersi risposare con un uomo che le darà stabilità economica e un futuro più certo per i figli, a patto però che il marito resti con lei e il nuovo consorte.
Il matrimonio di Tuya riporta quindi la donna “al suo posto”: è costretta cioè a piegarsi a una società che al sesso femminile concede ben poco e che è regolata ancora oggi dall’uomo, senza il quale Tuya non è niente e non può fare niente.
Tra campi lunghi sulle aride e lunari pianure mongole, contrapposti a quelli ravvicinati e frenetici della città moderna, “civilizzata”, in cui Tuya si ritrova smarrita e con la famiglia disgregata; tra un continuo contrapporsi tra tradizione e progresso, si arriva ad un non-finale che sottolinea come, anche tentando di cambiare vita, non si riesca a trovare comunque un rimedio in un ambiente così controllato senza vie di fuga.
Un film lineare, che rasenta la monotonia, ma che è stato accolto al Festival di Berlino con un Orso d’Oro. E a ragione: non ci si aspetta una denuncia così schietta in un paese dove ancora oggi tutto è vigilato.