Un ponte per Terabithia Maggio 7, 2008
Posted by Zeruhur in drammatico, fantastico, formazione.add a comment
Jess, un ragazzino di undici anni, vede la sua vita cambiare improvvisamente, quando fa amicizia con Leslie, una coetanea appena arrivata nella sua scuola. I due si inventano un mondo immaginario chiamato Terabithia, popolato da creature magiche, giganti e trolls. Mentre la vita in famiglia é ricca di contrasti, i due nel loro “mondo” sono il re é la regina…
Va subito chiarito che questo film non è un fantasy. Gli elementi fantastici, se così si possono definire, sono frutto dell’immaginazione profusa dai due protagonisti nei loro giochi all’aria aperta, quindi è vero che la loro fantasia prende forma con gli effetti speciali (sebbene ben fatti e discreti nell’uso), ma comunque siamo di fronte a una pellicola drammatica da inserire nel filone dei film di formazione adolescenziale.
Se a questo punto qualcuno storcerà il naso, in fondo la pellicola è prodotta da mamma Disney, devo aggiungere che invece siamo di fronte, seppure non a un capolavoro, comunque a un film dignitoso per sceneggiatura e cast.
I temi trattati sono i più classici: l’emarginazione, l’amicizia, l’incommensurabile capacità umana di inventare ed elevarsi oltre la propria condizione e infine la morte, che funesta la vita dei protagonisti in modo inatteso, ma tuttosommato edificante.
Davvero bravi i due attori protagonisti a ritrarre i propri personaggi, con un’alchimia palpabile e comprimari non famosi ma all’altezza (Robert Patrick, già T1000 di Terminator 2 e la bella Zooey Deschanel scesa dalla Cuore di D’oro di Guida galattica per autostoppisti).
Consigliato per chi da bambino immaginava di regnare su una terra incantata.
Soffio Aprile 9, 2008
Posted by isabelletostin in drammatico.add a comment
Soffio (Soom)
Kim Ki-duk
Corea del sud, 2007
Come in “Ferro 3: la casa vuota” la trama è essenziale, poche le battute così come i personaggi: Lui, Lei, L’altro.
Lei: sempre infelice, sola, in una casa vuota e asettica, tradita dal marito che non la calcola minimamente nella sua vita.
Lui: il classico Barba Blu delle fiabe che subdolamente rende insignificante la compagna, tradendola sotto i suoi occhi e provandoci pure gusto a farlo.
L’altro: solo quanto Lei, non parla mai. Vuoi perché è muto (“Ferro 3″), vuoi perché le “circostanze” lo costringono ad essere privato momentaneamente della voce (come in questo caso).
E forse, proprio perché non parla, perché vive maliconicamente la sua vita, Lei ne viene attratta e finisce per innamorarsene.
Quasi.
Perché in “Soffio” Lei ama L’altro solo per due secondi fini: vuol far capire a Lui i suoi sbagli, l’insensatezza del suo tradimento facendogli provare quello che ha passato lei, e ama L’altro per far capire a quest’ultimo le atrocità commesse – si trova infatti nel braccio della morte per aver commesso un omicidio – per arrivare poi a privarlo della sua presenza, del suo affetto (suo di Lei) uccidendolo psicologicamente, strappandogli quel “soffio” vitale che, una volta che se ne sarà andata dalla sua vita, lui non avrà più e si sentirà come morto.
Questa è solo la mia interpretazione per un film che si presta a qualsiasi tipo di significato, volendo lo si può vedere attraverso un’ottica più “felice” e pensare che Lei in quel carcere dove incontra L’altro vuole solo ridargli un attimo di vita, lo stesso “soffio” vitale, prima dell’esecuzione.
Tuttavia la tristezza, la disperazione, l’alienazione che i tre personaggi si portano dietro – insieme a un quarto che è uno dei compagni di cella del detenuto – mi fa poco pensare a un film dedicato alla vita, e il disperato rapporto sessuale che lei e l’amante consumano in carcere fonde tristememte i due lati dell’esistenza sfociando brutalmente nella voglia di morire.
Quattro minuti Marzo 18, 2008
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Quattro minuti (Vier minuten)
Chris Kraus
Germania, 2006
Quattro minuti per realizzare i sogni delle due protagoniste, un’ora e mezza per spiegare a noi spettatori il loro passato, le loro ambizioni e le tragedie che le hanno segnate profondamente fino a farle diventare quello che sono al momento della narrazione.
Una ha poco più di vent’anni, è violenta, autolesionista, cinica, disincantata; rinchiusa in carcere per un omicidio che non ha commesso incontra per caso l’altra, entrata in carcere solo per insegnare musica alle detenute, che è ormai anziana e nasconde un passato non meno doloroso della prima.
Entrambe si sentono realizzate solo suonando il pianoforte sul quale sfogano le loro frustrazioni; col tempo impareranno a conoscersi e a liberarsi, tramite l’amicizia reciproca, dei loro spettri e dei loro segreti.
Trama semplicissima che riesce a includere però una varietà di temi: dall’omosessualità all’Olocausto, dalla vita nelle carceri alle difficoltà a trovare un proprio posto nel mondo fino alla musica come strumento di rinascita.
Davvero un bel film con un finale mozzafiato.
L’ultimo inquisitore Marzo 9, 2008
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L’ultimo inquisitore (Goya’s ghosts)
Milos Forman
Spagna, 2006
Ispirandosi alle opere del pittore Francisco Goya (che appare anche come personaggio ma purtroppo solo abbozzato e di ruolo secondario), Milos Forman dirige un film sul ventennio che ha visto la Spagna passare dal periodo oscurantista della Santa Inquisizione a quello dell’Illuminismo, con l’arrivo poi delle truppe napoleoniche.
Tra ironia voluta (o involontaria?) e la drammaticità cruda delle torture carcerarie, il film comunque non decolla e passa da una sequenza all’altra trasformandosi nell’ultima parte in un filmone storico romanzato e troppo vicino a una telenovela per gli intrecci ridicoli che ne saltano fuori.
Che dire d’altro? Solo che, tutto sommato, è un film “ignorabile”.
Follia Febbraio 19, 2008
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Follia (Asylum)
David Mackenzie
Gran Bretagna, 2005
Tratto dall’omonimo romanzo di Patrick McGrath (che non ho letto… ooops!) il film, arrivato sugli schermi italiani con due anni di ritardo, ripercorre la discesa nella pazzia di una madre di famiglia, moglie di un medico psichiatra, nella rispettabile media borghesia inglese degli anni ‘50.
Innamoratasi di uno dei degenti dell’ospedale diretto dal consorte, la donna finirà per essere risucchiata nelle fobie e fissazioni dell’amante fino a un tragico epilogo.
Il tutto raccontato in 93 minuti improvvisati sicuramente su un testo originale complesso e troppo articolato da riassumere in poche scene cinematografiche; i personaggi risultano abbozzati, gli attori vagano davanti alla macchina da presa in uno stato catatonico e per nulla convincente, la recitazione è assolutamente svogliata, il nodo centrale di tutta la pellicola (la follia) viene solo analizzato tramite sequenze esplicative di azioni fini a sé stesse e quando c’è bisogno di un’analisi più “parlata” dei cambiamenti della protagonista e dell’uomo, questo non avviene – ci si aspetta che le patologie dell’amante della donna siano elencate con più dettagli, ma avvenendo il contrario non si riescono a capire nemmeno quelle della protagonista che lui condiziona costantemente con le sue fisime: perché lei si innamora di uno psicopatico? perché si lascia irretire da un uomo chiaramente malato? forse perché è insoddisfatta? o perché anche lei, costretta in una vita impeccabile, ha sempre nascosto la sua follia latente, fino a uno scoppio improvviso?
Non l’ho capito, e non viene spiegato. E sicuramente è perché il film è tratto da un’opera letteraria e non frutto di una sceneggiatura originale e pensata solo per il grande schermo.
In conclusione, la noia impazza.
Il matrimonio di Tuya Febbraio 4, 2008
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Il matrimonio di Tuya (Tuya de hun shi)
Quanan Wang
Cina, 2006
Tuya vive con i figli e il marito semiparalitico nella landa desolata della Mongolia rurale.
Sola e senza aiuti famigliari, manda avanti gli impegni quotidiani sobbarcandosi anche il lavoro col bestiame, dato che il marito è impossibilitato a farlo.
Forte e caparbia è lei a portare i pantaloni in casa, pur abitando in un paese come la Cina dove le donne ancora oggi sono alquanto denigrate dal sociale.
Accortasi però che non potrà andare avanti così ancora per molto, prende una dolorosa decisione che ribalterà completamente la sua vita e quella della famiglia: divorzierà dal marito, per potersi risposare con un uomo che le darà stabilità economica e un futuro più certo per i figli, a patto però che il marito resti con lei e il nuovo consorte.
Il matrimonio di Tuya riporta quindi la donna “al suo posto”: è costretta cioè a piegarsi a una società che al sesso femminile concede ben poco e che è regolata ancora oggi dall’uomo, senza il quale Tuya non è niente e non può fare niente.
Tra campi lunghi sulle aride e lunari pianure mongole, contrapposti a quelli ravvicinati e frenetici della città moderna, “civilizzata”, in cui Tuya si ritrova smarrita e con la famiglia disgregata; tra un continuo contrapporsi tra tradizione e progresso, si arriva ad un non-finale che sottolinea come, anche tentando di cambiare vita, non si riesca a trovare comunque un rimedio in un ambiente così controllato senza vie di fuga.
Un film lineare, che rasenta la monotonia, ma che è stato accolto al Festival di Berlino con un Orso d’Oro. E a ragione: non ci si aspetta una denuncia così schietta in un paese dove ancora oggi tutto è vigilato.
Mio fratello è figlio unico Gennaio 23, 2008
Posted by isabelletostin in drammatico.3 comments
Mio fratello è figlio unico
Daniele Luchetti
Italia, 2007
Tratto dal romanzo “Il fasciocomunista. Vita scriteriata di Accio Benassi” di Antonio Pennacchi, il film ripercorre quindici anni di una famiglia italiana, partendo dal 1961, quella dei coniugi Benassi: padre operaio, madre un po’ credulona e tre figli – due maschi e una femmina (Accio, Manrico e Violetta).
Saranno i figli ad essere al centro degli avvenimenti più importanti del periodo, con la lotta studentesca e quella operaia, i primi scioperi, le occupazioni, le manifestazioni pro e contro fascismo e comunismo.
Potrebbe così sembrare un film molto vicino a “La meglio gioventù”, dove è la storia ad entrare nelle vite dei protagonisti, ma è letteralmente il contrario.
In primo piano qui ci viene raccontata la vita di un gruppo di persone, nella quale la storia e la politica subentrano solo perché sono proprio i personaggi a deciderlo; sono loro, come Accio (Elio Germano), a muoversi da una parte all’altra della “barricata”, sia di destra o sinistra, che decidono di partecipare a una manifestazione oppure no.
Gli avvenimenti degli anni ’60-’70 ci vengono così raccontati esclusivamente attraverso lo sguardo dei personaggi; ne risulta quindi un film più vicino al genere di formazione, che a quello politico-sociale, dato che è Accio che ci racconta la sua vita e quella degli altri mettendo in primo piano soprattutto il suo punto di vista e la sua crescita.
E’ una storia semplice, delicata, sul rapporto tra genitori e figli, e tra fratelli. Non a caso il titolo richiama le difficoltà di rapportarsi tra fratelli e in particolare tra Manrico (Riccardo Scamarcio) e Accio, divisi fino nella fede politica e come lo possono essere un fratello minore che osserva il maggiore.
Con tono disincantato, a volte comico e un po’ “caciarone”, altre volte drammatico si arriva a un finale malinconico, commovente, su cui grava il colpo di scena della penultima sequenza.
E’ però un finale aperto, simile a quello de “I quattrocento colpi” di Truffaut, ma con la certezza che oltre il mare c’è una nuova fase della propria vita e non un solo unico ostacolo formato dalle onde che si ripetono.
Ottima interpretazione dell’intero cast, spicca il giovane Elio Germano preferibile per certi versi a Riccardo Scamarcio, che per l’occasione è rientrato nei panni dell’attore “per passione” abbandonando quelli dell’attore “per cache” di “Ho voglia di te” (mamma mia, non fatemelo ricordare…).
Particolare la colonna sonora in cui vi si trovano brani dell’epoca riarrangiati però appositamente; da ascoltare la nuova versione di “Ma che freddo fa” di Nada che chiude i titoli di coda al cui arrivo è scattato pure l’applauso, per la canzone, per il film, per tutto.
Questi sono film!!!
Espiazione Gennaio 12, 2008
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Espiazione (Atonement)
Joe Wright
Regno Unito, 2007
Ecco cosa succede quando un libro bellissimo viene trasposto sul grande schermo da chi l’opera originale l’ha letta davvero sul serio: ne esce un’opera altrettanto eccellente.
Perché, come già era successo per la sua precedente pellicola tratta da “Orgoglio e pregiudizio” della Austen, Wright sa cosa deve raccontare e soprattutto sa come farlo senza martoriare il romanzo da cui proviene la storia.
Non era facile mettere insieme tutti quei passaggi di punti di vista sui quali l’intero romanzo è basato e sui quali fa leva il concetto di “interpretazione personale”, cioè come un singolo fatto possa essere visto e poi interpretato da più persone che si trovano in uno stesso luogo e nello stesso identico momento, facendo scattare la scintilla del fraintendimento e della suggestione.
Wright ci è riuscito con un paio di stratagemmi davvero azzeccati e fantasiosi, che non stonano affatto con il racconto originale, ma anzi, riescono a trattenere il film il più possibile all’interno dei contorni del romanzo omonimo di Ian McEwan senza cambiarlo di una virgola.
I dialoghi sono esattamente gli stessi, l’atmosfera opprimente della casa in cui si svolge tutta la prima parte del romanzo è quanto mai fedele al testo, i personaggi sono come te li sei sognati mentre scorrevi con gli occhi le pagine del libro e la parte centrale del racconto, in cui seguiamo Robbie cercare invano di tornare in Inghilterra da soldato bloccato sulle coste francesi, è magistralmente riassunta in un piano sequenza decisamente complicato e lungo che esplora e mostra i punti salienti dell’esperienza militare del ragazzo – fra orrore e desolazione umana – riuscendo a far provare allo spettatore le stesse identiche emozioni provate nel leggere quei brani che addirittura ripercorrevano svariate settimane di marcia.
La parte conclusiva del romanzo e del film vanno ancora di pari passo, mostrando la Briony anziana che cerca di rimediare al torto inflitto alla sorella e a Robbie.
Resta ancora la sensazione di una bellissima storia d’amore, ostacolata e tormentata che nessuno riuscirà a riportare indietro, a far rivivere, nemmeno come rimedio per espiare le proprie colpe.
Chiedi alla polvere Gennaio 3, 2008
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Chiedi alla polvere (Ask the dust)
Robert Towne
Usa, 2006
Vedere un film tratto da un romanzo che tanto ci è piaciuto è sempre un’incognita, e in questo caso mi sono trovata di fronte allo scempio del libro originale.
Andando con ordine, ci si accorge subito che il personaggio di Arturo Bandini trasposto in pellicola perde tutto ciò che di attrattivo e particolare aveva nel romanzo: il suo modo di essere così contraddittorio, indeciso e allo stesso tempo testardo, sarcastico e pungente – un comportamento che quindi ha bisogno di un grande approfondimento psicologico – nel film si riduce a qualche sporadico episodio che mostra Arturo come un uomo letteralmente sfigato, ingenuo, campagnolo, che fa battute ridicole e stupide (ecco dove sono andati a finire il sarcasmo e l’ironia acuta…!), ma che a metà pellicola fa sfoggio della sua verve di latin lover portandosi a letto Camilla. Particolare quanto mai inventato dato che l’insoddisfazione di Arturo si traduce nella sua incapacità di avere rapporti con le donne…
Nella restante ora e mezza di film si assiste all’inserimento di scene inventate e all’eliminazione di altre (originali) che avrebbero però potuto migliorare un tantino la bruttezza della sceneggiatura altamente rimaneggiata e rimanere aggrappati quanto basta al vero significato del romanzo.
Camilla Lopez può sembrare più vicina alla Camilla di John Fante, sfrontata tra i tavolini della locanda in cui lavora come cameriera, arrogante anche al di fuori, ma poi in quell’ora e mezza già citata il suo ruolo si ribalta completamente mostrando una donna che quasi-quasi si innamora seriamente di Arturo e che diventa oggetto di una sequenza lunghissima e inventatissima in cui addirittura cerca di omologarsi ai cittadini statunitensi studiando per ottenere la cittadinanza americana.
Una donna come Camilla che vuole davvero far parte della nuova America?!? No. Affatto.
Camilla sa già in partenza che non potrà mai lasciare i bassifondi di Los Angeles, sposarsi con un vero americano e morire ricca e felice. Nel libro scappa, da sola, contando solo sulle sue forze – così come ci è presentata nelle prime pagine del libro – e sparisce dalla vita di Arturo che non la rivedrà mai più.
Altro che Camilla che spira di tisi tra le braccia di Bandini e lui che la seppellisce nel deserto dietro casa…
Chi ha amato il romanzo non sarà riuscito come me ad apprezzare minimamente il film; chi invece il libro non l’ha letto si sarà trovato di fronte a una scontatissima e struggente storia d’amore, dalla recitazione zoppicante e da scene di sesso focose.
Non mi stupirei se poi la seconda tipologia di spettatore decidesse un giorno di avvicinarsi al “Chiedi alla polvere” di John Fante e non lo finirebbe neanche di leggere: non si riconosce minimamente quello che ha scritto Fante in quello che ha diretto Towne al cinema.
Perché un libro così non ha bisogno di una trasposizione cinematografica. Non ne ha bisogno perché è impossibile da trasferire in quel formato. E’ già perfetto così, con le sue incertezze, il finale lasciato a metà, la sofferenza che prevale sulla felicità e i personaggi persi in un limbo indefinibile.
Il cinema, in questo caso, non riesce proprio a rendere giustizia allo stile di Fante – che va letto, mica “visto” in carne e ossa.